Cambogia, minatori del XXI secolo

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Si definiscono «minatori freelance». Vivono con pochi ricavi dopo aver rivoltato, setacciato, e scavato nella terra rossa cambogiana alla ricerca di zirconi azzurri, pietre preziose destinate al mercato locale e internazionale. Il fotogiornalista Alberto Campi ha trascorso con loro una giornata di lavoro.

 

Testo e foto
Alberto Campi

La regione di Ratanakiri, nel nord est della Cambogia, è conosciuta per le gemme che la sua terra rossa nasconde nel ventre. Terra rossa, terra ferrosa, che non si lava via dai vestiti e dalla pelle, terra ricca strappata alle radici di una foresta tropicale che è stata abbattuta in pochi anni per fare spazio ad immense piantagioni di caucciù, manioca, pepe o noce di macadamia.

Nel villaggio di Bar Kaev, abbandonata la strada maestra che porta verso il Vietnam, che dista solo quaranta chilometri, ci si addentra in una di queste piantagioni fino a raggiungere una radura. Collinette rosse si alternano ad arbusti che cercano di riappropriarsi di quella superficie che una volta ospitava la foresta. Lungo il sentiero che la attraversa compaiono qua e là decine di profondi buchi neri. Ogni buco è una cicatrice lasciata da una miniera di zirconi abbandonata: quelle in funzione si riconoscono subito dal telo teso che le ombreggia. L’ombra è un lusso che i minatori si concedono quando lavorano all’argano in superficie. É grazie a questo semplice e robusto strumento che possono issare le centinaia di secchi di terra estratta e setacciata tra le mani nude nella camera per cercare il pregiato zircone azzurro di Ratanakiri.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Molte di queste miniere si trovano su terreni occupati da piantagioni di caucciù, semplicemente perché il terreno è libero dagli arbusti e i padroni delle piantagioni tollerano la presenza dei minatori. Le radici degli alberi della gomma si fermano alla profondità di cinque metri, mentre la camera di scavo orizzontale si situa ad una profondità tra i dieci e i quindici metri senza quindi influire sulla produttività degli alberi.

Non siamo in una grande miniera a cielo aperto dove migliaia di uomini formiche si caricano come muli per estrarre i preziosi frutti geologici; qui le miniere sono a conduzione familiare o, come dice Pourm, il minatore che ho seguito nel suo lavoro: “Siamo minatori freelance.” Pourm, dopo essere stato costretto a vendere la sua terra ad un latifondista cambogiano per una cifra irrisoria lasciò il suo villaggio nel sud ovest della Cambogia, e iniziò a girovagare senza meta in cerca di miglior fortuna fino a quando, dodici anni fa, giunse nella zona di Banlung. Qui, combattendo contro il suo istinto decise a malincuore calarsi in una di queste ferite circolari scavate nel terreno. Aperture larghe a sufficienza per farci infilare un uomo e profonde più di dieci metri. Si trovò così a guadagnarsi la vita con i frutti che il sottosuolo nasconde.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Il suo sorriso è uno squarcio bianco sul suo volto coperto di terra, i suoi abiti semplici sono coperti di rosso: pelle e abiti quasi non si distinguono. Si accende una sigaretta Luxury, che in questo posto sembra un eufemismo, e apre una lattina di Bacchus, una bevanda energetica made in Corea, il cui nome richiama il dio dell’ebbrezza ma che in realtà serve a cercare di intontire la fatica. Il primo sorso lo versa al suolo per ringraziare lo spirito della terra e della buona sorte, mi guarda e mi sorride, ancora non crede che mi sia infilato dentro il pertugio nel quale lui e il suo compagno passano le giornate in ginocchio: “Nessuno viene mai a trovarci la sotto!”.

Non ci sono scale per salire e scendere laggiù. Si sfrutta solo la forza delle braccia e delle gambe per entrare e uscire dalla pancia della terra. In fondo al pozzo la luce non arriva e nella camera di scavo, grande poco più quindici metri quadrati e alta un metro, l’aria è viziata ma non irrespirabile, la terra è umida e non c’è polvere. I puntelli che sostengono la volta sono tronchi di alberi di caucciù abbattuti non lontano, sgrossati in superficie e calati con l’argano per poi essere installati dove serve. Il buco è un posto sicuro, quasi comodo, la terra è soffice, non ostile e aspra come la roccia. La miniera è scavata nel grembo di una terra materna capace dare la vita e nutrire una foresta.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

La squadra è composta da due persone, che ciclicamente si alternano. Quello davanti scava e l’altro, poco dietro, sposta la terra con le mani, tastando maniacalmente ogni granello di materia smossa, metri e metri cubi di crosta terrestre asportati, accarezzati e vagliati. Solo quando la massa smossa è troppa, ed impedisce la continuazione del lavoro, uno dei due torna in superficie e si mette all’argano mentre l’altro in fondo al pozzo, lavorando sempre in ginocchio riempie i secchi e li aggancia uno dopo l’altro alla corda che li porterà in superficie.

Nell’oscurità della caverna le mani callose palpeggiano dolcemente ogni singola palata di terra erosa dalla parete. Di tanto in tanto il tatto percepisce materia dura, ed il riflesso automatico di Pourm è quello di dirigere il fascio luminoso sulle sue mani per confermare visivamente ciò che il tocco ha percepito. In un ambiente nero e cupo come questo, dove la luce si limita al cono emanato dalla pila frontale, la vista è un senso accessorio, non primario. Ogni volta che la terra ricompensa la fatica e offre una gemma, senza neanche fermarsi, Pourm ripone il tesoro in una bottiglietta di plastica tenuta vicino ai piedi e si rimette all’opera.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Il lavoro è cadenzato, i colpi sordi della spranga inferti alla parete rosso scuro sono regolari e costanti. Ci si ferma solo per puntellare o fumare una sigaretta e per decidere chi esce a lavorare all’argano e chi resta a riempire i secchi. Non si percepisce né velocità né premura, solo costanza ed efficacia. Metà della giornata la si trascorre in superficie e l’altra metà nel sottosuolo, queste sono le proporzioni, la fatica è equivalente e condivisa a metà, come diviso è il ricavo frutto del sudore di giornata. La speranza di buona sorte nutre la smania del cercatore ma la perseveranza appaga la necessità di garantire alla propria famiglia un guadagno medio giornaliero decente di circa 15 dollari. Un ricavo che permetta una sussistenza alle famiglie, anzi alla famiglia.

Dopo metri e metri cubi di terra estratta, le famiglie di Pourm e del suo compagno si considerano una sola entità. Due uomini raminghi, spinti a lasciare la propria casa dalla povertà in tempi diversi, si sono incontrati nel sottosuolo. Ora condividono tutto e ovviamente hanno diviso a metà anche la mela e la bibita che ho portato loro. È domenica, in superficie le mogli e i bambini si rilassano all’ombra della tenda, i bambini giocano con i secchi imitando i papà e attendono il momento in cui i due uomini usciranno con il tesoro del giorno.  Le pietre fresche di giornata si convertono in moneta immediatamente.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Ogni sera, un compratore di Banlung arriva in moto per acquistarle. Le venderà ai tagliatori di Banlung che trasformano, tramite la cottura e taglio, i brutti cristalli rossi in pietre preziose trasparenti e di color azzurro. I tagliatori, a loro volta rivenderanno le lussuose gemme celesti ai mercanti thailandesi o di Phnom Penh, i quali le immetteranno nel mercato globale.  A ogni passaggio di mano le pietre perdono l’odore di sudore e guadagnando in valore e aumentando di prezzo, arrivando a costare 100 volte di più di quanto Pourm e il suo socio abbiano ne abbiano ricavato. L’atmosfera è pacifica, in sottofondo si percepisce il cigolio dell’argano che gira, la quiete è interrotta sporadicamente dal rombo di una motosega in lontananza che prepara in misura i puntelli o da qualche motorino che di tanto in tanto va e viene lungo il sentiero.

Pourm mi racconta che le autorità qui a Bar Kaev non creano particolari problemi, il terreno è di proprietà dello stato, ma aggiunge che qualche mese prima, nel novembre 2016, un cercatore aveva trovato una gemma piuttosto importante. Le voci sul ritrovamento erano giunte alle orecchie della polizia, la quale non si era fatta attendere, presentandosi con arroganza e pretendendo la sua fetta di torta.  Anche nel 2015 la boria della polizia si era palesata in occasione di un’altra retata nella quale la moto di Pourm venne sequestrata. “La mia Honda era vietnamita, per questo me l’hanno requisita, non ho mai avuto abbastanza soldi per riscattarla e così di tanto in tanto mi capita di incrociare un poliziotto che cavalca la mia moto.”
Non c’è rabbia sul suo volto, solo un po’ di sconforto, che svanisce accendendo una sigaretta e mettendola sull’altarino a lato dell’argano, seguita immediatamente da un’altra, accesa e fumata a grandi boccate.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

L’altarino è un tronco alto circa ottanta centimetri sul quale sono depositati vari doni: bastoncini di incenso consumati con dei mozziconi infilzati, un pugno di riso, alcune sigarette e una tazza contenente dell’acqua. L’altarino è votato ad uno spirito, il cui nome è di difficile trascrizione e che Pourm chiama  “Taa Dang”. Un’entità mistica ancestrale la cui credenza trova radici e si mescola tra credenze buddhiste e induiste.

Uno spirito della Madre terra al quale ci si rivolge con la stessa ritualità del versare al suolo il primo goccio di una bevanda come segno di rispetto alla Pachamama della tradizione Inca. Una figura assimilabile a quella cattolica di Santa Barbara, protettrice dei minatori. Chiedo a Pourm quanti buchi abbia scavato in questi dodici anni di fatica, ci pensa, tira una boccata dalla sua sigaretta, mi sorride.

 
 

Non ricordo.” Fa un altro tiro e aggiunge: “Ne scaviamo circa due al mese.” Mi piace cercare i segni del tempo nella materia e allora continuo: “Quanti argani hai costruito?”. Anche a questa domanda non trova una risposta secca: ”Questo che vedi ha circa quattro anni”. Non rimpiange né il suo villaggio, né la vita da contadino, non tornerebbe mai indietro. La vita da cercatore gli piace e il luccichio nei suoi occhi ne è la conferma.  Pourm mi spiega che i cercatori di zirconi, in questa zona della Cambogia, provengono da tutto il paese: “ Le persone si muovono qua e la nella regione in cerca di terreno nel quale infilarsi. I cercatori vanno e vengono, ma ci sono anche dei contadini del posto che per arrotondare scavano, con loro andiamo d’accordo e non ci sono problemi. ”

Pourm e il suo compagno estraggono le pietre a mani nude aiutandosi con semplici utensili come pale e spranghe, ma in altre zone non lontane, l’estrazione di pietre in questo tipo di terreno è fatta meccanicamente, con una sorta di idropulitrice che spara acqua ad alta pressione. Questo metodo di lavoro causa non pochi problemi per i fiumi che si vedono sottrarre l’acqua, la quale è rimessa in circolo carica di terra. Un disastro ecologico per i pesci e un incubo per i pescatori. Anche la tecnica di escavazione tradizionale non è indolore per l’ambiente: solo il semplice fatto che le miniere non siano riempite una volta esaurite causa crolli e cedimenti del terreno. Questo senza calcolare la pericolosità per le persone che attraversano la zona.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Ovviamente la sicurezza sul lavoro non è a livello di una stazione spaziale, ma Pourm mi dice che nei dodici anni di esperienza, una sola persona è morta in un buco, e semplicemente perché non puntellava abbastanza il soffitto, “Se puntelli bene, riesci a lavorare persino nella stagione delle piogge.”

Pourm si gira e porge la mano al suo compagno per aiutarlo a uscire dal buco. Stacca un ramo con tante foglie da una pianta accanto a lui e lo pone a coprire l’accesso al pozzo, “Questo è un segnale, significa che là sotto non c’è più nessuno a lavorare, la giornata è giunta al termine”.

Apre la bottiglietta che racchiude i cristalli, li versa sul palmo della mano e il osserva. Il suo bambino arriva con po’ d’acqua per lavare via la terra dalle pietre.

 
© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

© Alberto Campi / Cambogia / Gennaio 2017

 

Pourm mi guarda e aggiunge: “Oggi non è stata una grande giornata, ieri invece una bella pietra l’abbiamo trovata, dovevi esserci ieri!”. Sorride e prende l’ultima sigaretta dal pacchetto di Luxury sgualcito, senza troppa attenzione vi infila le pietre e me lo porge. Si accende la sigaretta, prende in braccio il suo bambino, lancia un ultimo sguardo all’altarino e prende il cammino di casa.